politica

bertolasoÈ polemica in Italia, con la stampa e sui social, per la dichiarazione di Guido Bertolaso, rilasciata durante un'intervista televisiva, in cui ha affermato: «La Meloni deve fare la mamma, mi pare sia la cosa più bella che possa capitare ad una donna». Le forze di opposizione e i ministri italiani si sono subito scagliati contro il candidato di Forza Italia, che durante il programma ha così continuato: «Deve gestire questa pagina della sua vita. Non vedo perché qualcuno dovrebbe costringerla a fare una campagna elettorale feroce e, mentre allatta, ad occuparsi di buche, sporcizia, ecc.». Giorgia Meloni, candidata per il centrodestra, ha risposto: «Sarò mamma comunque e spero di essere un'ottima mamma, come lo sono tutte quelle donne che tra mille difficoltà e spesso in condizioni molto più difficili della mia riescono a conciliare impegni professionali e maternità». Intanto il candidato sindaco Alfio Marchini, schierandosi dalla parta della Meloni, ricorda: «Quali sono i Paesi con natalità più alta? Dove c'è maggior occupazione femminile!». Dopo la polemica scoppiata in seguito alle provocazioni, Bertolaso ha dichiarato che si ritirerà dalla campagna elettorale nel caso in cui Giorgia Meloni diventi candidata unica appoggiata da tutto il centrodestra.

 


FONTE 1FONTE 2

 

 

 

roberto maroniBocciata la mozione di sfiducia al presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, dopo lo scandalo per le tangenti nel settore sanitario. Il testo presentato da Pd e Patto Civico, sottoscritto anche da M5S, è stato respinto in aula con 45 voti contrari e 31 favorevoli. La tensione in aula è cresciuta tanto che la seduta è stata sospesa dal presidente del Consiglio regionale, Raffaele Cattaneo, per via delle accese proteste degli esponenti del M5S. Maroni ringrazia i suoi consiglieri ed assessori e dichiara di volersi ricandidare per le elezioni regionali del 2018 intenzionato a far vincere nuovamente il centrodestra. Fuori dal consiglio un flash mob dei giovani del Pd che chiedono invece le dimissioni del governatore.

Fonte uno

A cura di Francesco Castelli

L'Election Day statunitense si avvicina!

Sebbene manchino ancora parecchi mesi a quel fatidico 8 novembre che segnerà la fine della Presidenza Obama, la macchina elettorale americana corre già a pieno regime. Tra dibattiti, polemiche e scintille varie, la competizione sta entrando nel vivo e -nel bene o nel male- il suo esito influenzerà anche chi vive sulla sponda Europea dell'Atlantico. Ecco allora che il Newdle Team è pronto a mettersi al vostro servizio per fare un po' di chiarezza in materia, presentandovi un Grande Tema sull’argomento.

Cominciamo col Sistema Elettorale Americano, tanto complicato quanto fondamentale da capire se si vogliono conoscere i criteri con cui “l'uomo più potente del mondo” viene selezionato. Prendete un bel respiro dunque, e tuffiamoci nell'intricatissimo mondo della politica a stelle e strisce. obama815

Partiamo da una chicca: in pochi lo sanno, ma non sono gli elettori americani ad eleggere il Presidente! A farlo è un organo appositamente creato: il “Collegio Elettorale”. Il Collegio non ha altri compiti al di fuori dell'eleggere a maggioranza semplice (50% +1 dei voti) il Presidente degli Stati Uniti d'America e il suo vice. Ai cittadini americani spetta invece il solo diritto ad eleggere i propri rappresentanti nel Collegio Elettorale - chiamati “Grandi Elettori”, termine che si sta purtroppo diffondendo in maniera del tutto impropria anche in riferimento alla politica interna italiana. Tecnicamente, si dice dunque che l'elezione presidenziale è semi-diretta. A questa prima “complicazione” se ne aggiunge una seconda: l'assegnazione dei 583 seggi dei Grandi Elettori non avviene su base federale, ma su base statale. In parole povere:

1) a ciascuno dei 51 stati (Oregon, Ohio, California etc... più il distretto di Columbia) che compongono la Federazione Americana sono assegnati almeno 3 seggi al Consiglio Elettorale. Il numero corrisponde a quello dei rappresentanti che lo stato stesso ha al Congresso" -l'equivalente USA del nostro parlamento- e ne rispecchia a grandi linee il peso demografico.

2) ciascuno stato federato è libero di decidere come assegnare questi seggi. La stragrande maggioranza (49 su 51) ha optato per un sistema maggioritario purissimo: il partito che ottiene la maggioranza si porta quindi a casa tutti i seggi.

De facto, le elezioni presidenziali americane sono dunque una maratona di 51 “piccole” elezioni statali. Questo nasconde delle insidie non indifferenti: in primis, i candidati sono spesso accusati di privilegiare i grandi stati -in grado di assegnare molti seggi- a discapito di quelli più piccoli. Per dare un'idea delle proporzioni, le tre maggiori circoscrizioni (California, Texas e Florida) hanno diritto a 122 seggi, contro i 9 totali di Alaska, Montana e Wyoming. Le travagliate elezioni del 2000 sono poi un ottimo esempio di quanto questo sistema possa alterare i risultati elettorali; in quell'anno, il candidato democratico Al Gore ottenne su scala nazionale all'incirca mezzo milione di voti in più del Repubblicano George W.Bush; fu però quest'ultimo a diventare Presidente, avendo il suo partito conquistato la maggioranza dei seggi al Consiglio Elettorale.

COLLEGI                                                        l numero di seggi al Consiglio Elettorale per ciascuno stato USA

Confusi? Benissimo! Adesso arriva il colpo di grazia: le Primarie. Come già detto, le Elezioni Presidenziali Statunitensi sono una vera e propria maratona politica: i due maggiori partiti – Democratico e Repubblicano- mettono in moto il grande carrozzone elettorale almeno 18 mesi prima della data del voto. Prima delle urne vere e proprie, infatti, i vari candidati devono affrontare una tornata elettorale “fratricida”, attraverso la quale ciascun partito seleziona il candidato che lo rappresenterà alle elezioni. Si tratta delle Primarie, competizioni elettorali che si svolgono con un sistema semi-diretto estremamente simile a quello delle elezioni ufficiali: i votanti di ogni stato eleggono dei delegati che li rappresenteranno alla Convention Nazionale del partito; a questi si aggiunge un numero variabile di “Superdelegati”, ovvero membri dell'establishment del partito, governatori e rappresentanti del Congresso. Anche le Primarie sono state più volte soggette a critiche. Durante i dibattiti che le precedono, infatti, i candidati non risparmiano colpi bassi nei confronti dei propri compagni di partito, dando vita a rivalità spesso accesissime in cui l'affondo nel personale è la regola. Il risultato è che -chiunque sia ad uscirne vincitore- ha spesso ricevuto accuse che lo lasciano screditato agli occhi dell'elettorato. Questo capita in entrambi i partiti e non è dunque raro che i cittadini si siano sentiti ripetere per mesi dai media cose indicibili sul conto del neo-eletto presidente, con grave danno alla sua autorità.

 

Chiudiamo infine con una nota politica: tutti i presidenti eletti dopo 1853 appartenevano ad uno dei due maggiori partiti, ma questo non esclude che alle Elezioni corrano anche candidati indipendenti o di partiti minori. Dato lo strapREPDEMotere degli Elefanti e degli Asinelli (questi rispettivamente i simboli di Repubblicani e Democratici) le loro reali chance sono praticamente nulle, e spesso si tratta di candidature provocatorie. Fra i potenziali presidenti di quest'anno risultano ad esempio tre personaggi sopra le righe quali il programmatore e imprenditore John McAfee, il rapper Jay Z e il difficilmente inquadrabile Dan Bilzerian.