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11
Giugno

Verdun: emblema della Grande Guerra, monito perpetuo per tutti

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Come ricordare, in un breve articolo, la battaglia-simbolo della Prima Guerra Mondiale?

Non c’è un percorso netto, chiaro, sicuro nel farlo. Come tutti i grandi scontri bellici della storia dell’umanità, entrano in gioco numerosi aspetti che travalicano la pura logica militare. Fa qui comparsa, forse per la prima volta, quell’intendere la guerra come mezzo di annichilimento dell’avversario che trascende il senso storico e classico di vittoria sul nemico, che se a Verdun ha il suo primo vagito, vedrà piena maturazione una trentina di anni più tardi negli scoppi atomici di Hiroshima e Nagasaki.

Questa volontà di annientamento totale nasce in seno agli alti gradi del Reichsheer tedesco, l’esercito imperiale precursore del Reichswehr (temibile macchina da guerra che ebbe massima espansione durante l’epoca nazista), in particolare viene sostenuta dal capo di Stato maggiore generale Von Falkenhayn, che così si esprimeva al riguardo di un attacco alla Francia: “permetterebbe al nostro esercito, con mezzi limitati, di impegnare duramente l'esercito francese nella difesa di Verdun costringendolo a impiegare nella difesa fino all'ultimo uomo disponibile. In questo modo le forze francesi si dissangueranno, non potendosi più ritirare anche se volessero”.

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Il dissanguamento invocato da Falkenhayn fu senza precedenti, immane. Dieci mesi tremendi, dieci mesi vissuti da entrambi gli eserciti in condizioni al limite dell’umano; un’incessante pioggia di bombe (solo nel primo giorno vennero sparati oltre un milione di colpi d’artiglieria) mutò radicalmente il territorio collinare attorno a Verdun, fino a renderlo drammaticamente rassomigliante al suolo lunare: ancora oggi è possibile delineare i profili di migliaia e migliaia di crateri, frutto di qualcosa come 10 bombe sganciate su ogni singolo centimetro quadrato di suolo francese nell’arco della battaglia. Invocando sempre i freddi numeri, è possibile ricordare come, secondo le stime più recenti, circa 600.000 uomini furono uccisi o feriti nel cosiddetto “Inferno, espressione comune ad entrambi gli schieramenti (“L’Enfer” - “Die Hölle von Verdun”) che ben ci fa capire quanto Verdun non abbia fatto distinzioni nell’arrecare sofferenza e morte.

Un altro tratto peculiare di questo scontro epico va ricondotto alla sua sostanziale inutilità a livello di obiettivi bellici raggiunti (leitmotiv proprio di tutto il primo conflitto mondiale). E’ vero, indubbiamente l’esercito transalpino comandato dal generale Joffreguadagnò quella che può essere definita una vittoria morale, capace di ridare slancio e vigore a soldati distrutti e sfiancati da una campagna difensiva così lunga e massacrante. La linea del fronte, però, rimase pressoché immutata, pochi metri vennero guadagnati o persi e l’orizzonte della guerra europea non cambiò in maniera significativa. 

A differenza di altri luoghi resi celebri da battaglie sanguinose come Vittorio Veneto, Stalingrado o Gettysburg, giustamente ricordate per la loro straordinaria valenza nell’indirizzare gli esiti di un conflitto, a Verdun, mentre si visitano i sacrari e si scorrono gli infiniti nomi dei caduti, bisogna tenere a mente che c’è ben poco da celebrare. La vera padrona di quelle lande martoriate si chiama sofferenza, e con essa dobbiamo costantemente rapportarci. Non bisogna in alcun modo sminuire, o relegare in un angolo questo aspetto, a prescindere dalla propria nazionalità, francese, tedesca o qualsiasi essa sia. 

Proseguendo nella nostra breve analisi, è possibile trovare due ulteriori componenti che rendono Verdun un crocevia di primaria importanza nella storia del XX secolo. 

 

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La Grande Guerra, così come è stata definita già dai contemporanei, ha elevato in maniera esplosiva e roboante il peso dell’industria e della scienza nel campo delle armi e della tecnologia applicata. Filo spinato, mitragliatrici, artiglieria sempre più sofisticata hanno contribuito in maniera decisiva agli sviluppi cruenti del conflitto armato; a Verdun inoltre va menzionato il largo uso di lanciafiamme e di temibili, nuovi gas asfissianti che incuteranno timore e sgomento all’interno delle truppe. Parallelamente ai nuovi ritrovati bellici, va comunque sottolineato come l’intero apparato logistico ed organizzativo che si cela dietro alle prime file di soldati beneficiò delle più moderne invenzioni e scoperte: esempi ne sono il cibo in scatola, assolutamente vitale per razionare nella maniera migliore i pasti, la radio, risorsa multifunzione di grande spessore tattico, e la fotografia, grazie alla quale ancor oggi conserviamo memoria di quanto accaduto e potente strumento di propaganda all’epoca. 

cartIl secondo aspetto, e ultimo nella nostra trattazione, è quello che pone al giorno d’oggi Verdun come luogo della riconciliazione franco-tedesca. La storia insegna come fra questi due potenti paesi, per lunghissimo tempo, vi siano stati attriti e frizioni di grande portata, culminati nell’occupazione nazista del suolo francese nel 1940. Ebbene, anni dopo, più precisamente nel 1984, i capi di Stato Helmut Kohl e François Mitterand scrissero davanti al memoriale di Verdun uno storico momento di riappacificazione per i loro popoli, tenendosi per mano mentre rendevano silenziosamente omaggio ai caduti della Grande Guerra.

 

Da simbolo di resistenza militare e orgoglio nazionale Verdun si trasformò in emblema della pace fra le nazioni, incarnazione suprema della stupidità della guerra. Questo gesto iconico è stato replicato domenica 21 febbraioda parte degli attuali presidenti Angela Merkel e François Hollandedurante le celebrazioni del centesimo anniversario della battaglia, in occasione dell’inaugurazione del rinnovato ed ampliato Museo di Verdun.

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