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11
Giugno

La "Brexit" in 6 domande (e 6 risposte) + 1

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  1. Che cos'è la Brexit?

Brexit” è il nomignolo con cui i giornalisti hanno battezzato la (possibile) uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea. Il nome riprende l'appellativo “Grexit”, dato alla (sventata) uscita della Grecia dall'UE

La situazione dei due stati è però diametralmente opposta: i governi greci venivano minacciati di essere cacciati dall'Unione se non avessero accettato le regole imposte da Commissione Europea-FMI-BCE (volgarmente dette Trojka). Nel caso della Brexit è stato invece il governo Britannico a sventolare la minaccia di una propria uscita dall'Europa al fine di ottenere regole meno rigide.

Per rendere più concreta la possibilità, il primo ministro conservatore David Cameron ha promesso un referendum sulla permanenza del suo paese nell'Unione da tenersi il 23 giugno prossimo.

 Dopo lunghe contrattazioni, Cameron è riuscito a strappare praticamente tutte le concessioni che voleva al Consiglio Europeo e si è quindi schierato pubblicamente contro la Brexit. Ora però si trova fare i conti con gli elettori –da tempo dubbiosi nei confronti dell'Unione Europea- e con il suo stesso partito- diviso da lotte intestine. Una sconfitta al referendum sarebbe letale per la carriera del primo ministro inglese, sempre più impantanato nelle lotte intestine dei Conservatori
 

2. Cosa cambia per il Regno Unito?

Comunque vada il referendum, il Regno Unito è oramai slegato dal resto dell'Unione Europea.

Cameron ha ottenuto alcune concessioni (relativamente) secondarie -come un blocco dell'assistenza sociale ai cittadini UE residenti in Inghilterra, o la garanzia di non ingerenza dell'UE sul potente mondo finanziario londinese – ma soprattutto ha fatto capitolare l'Unione sul punto più importante: l'integrazione europea.

Il significato di questo punto è esclusivamente politico: in parole povere, il Regno Unito non è più “obbligato” a favorire il processo di sviluppo dell'Unione Europea. Londra non è più “costretta” a rafforzare l'Europa e ha in pratica ottenuto il diritto di voltare le spalle agli altri stati UE qualora lo ritenesse opportuno – o conveniente

Sconvolgente? Senza dubbio, soprattutto considerando il preambolo del Trattato sull'Unione Europea, firmato da tutti i plenipotenziari degli Stati Membri – fra cui la Regina d'Inghilterra- dove si legge che essi sono “[...]DECISI a portare avanti il processo di creazione di un'unione sempre più stretta fra i popoli dell'Europa[...]”

Se poi si considera che il progetto originario dei “Padri Fondatori” dell'Unione (i vari Schuman, Spinelli, Monnet, Adenaueretc) era la nascita di un unico, grande stato Europeo che garantisse una pace duratura sul Vecchio Continente, è facile capire perchè l'atteggiamento di Cameron per alcuni risulti a metà fra uno schiaffo in faccia e una campana suonata a martello. Cosa sarà veramente del Regno Unito lo sapremo però solo dopo il referendum.

 

3. Ma si può veramente uscire dall'Unione Europea?

Sì, tecnicamente si può. Per due motivi:

-per quanto sia cresciuta e divenuta complessa, l'Unione Europea si fonda pur sempre su dei Trattati Internazionali firmati da Stati Sovrani. In linea di massima, da questi patti uno Stato può sempre recedere – anche se solo a rigidissime condizioni.

-nel 2009, i Trattati Fondamentali dell'Unione Europea sono stati “aggiornati” con l'entrata in vigore del Trattato di Riforma di Lisbona, che all'articolo 50 TUE recita “Ogni Stato membro può decidere di recedere dall'Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”

 

Ciò non significa che si tratti di una passeggiata, né tanto meno che sia conveniente farlo! Nonostante non ci siano precedenti, è facile prevedere che il lavoro amministrativo necessario a “staccare” uno stato dall'Unione possa richiedere anni – ed ingenti risorse. Inoltre, le stime sulle ricadute economiche vengono aggiornate quotidianamente e certificano lo stato di assoluta incertezza in cui verserebbe una Gran Bretagna costretta a rinegoziare l'accesso al Mercato Unico Europeo, ad affrontare il reinserimento dei controlli alle frontiere e a non avere più diritto di voto su una legislazione Europea di cui -suo malgrado- subirebbe gli effetti.

 

4. Perchè proprio la Gran Bretagna?

I motivi sono davvero tanti. Storicamente, il Regno Unito ha sempre avuto un ruolo complicato col resto dell'Europa: la volontà d'intervenire negli affari del Vecchio Continente è sempre stata controbilanciata dal desiderio di vincolarsi il meno possibile – una sorta di trasposizione politica della condizione geografica.

L'esistenza del Commonwealth (la rete di ex colonie britanniche ancora economicamente-politicamente legate al Regno Unito) e la solida alleanza con gli Stati Uniti garantirebbero poi un relativo non-isolamento strategico ed economico in caso di abbandono dell'Unione.

Ci sono infine le motivazioni di pecunia: la crisi del 2008 ha spinto molti governi a cercare di regolare l'anarchico mondo della Finanza. Anche l'Europa si è più o meno spesa nel progetto e questo preoccupa Londra, storico cuore pulsante del mondo degli investimenti. I sudditi di sua Maestà sono terrorizzati dalla possibilità che l'Unione Europea prima o poi decida di regolare eccessivamente la materia, danneggiando il PIL inglese.

 

5. Chi deciderà se la Gran Bretagna dovrà uscire dall'Unione Europea?

Come sempre accade in Democrazia, teoricamente spetterà ai cittadini. Il referendum di giugno sarà il secondo tenutosi Oltremanica sulla permanenza nel progetto Europeo: il primo ebbe luogo nel 1975, quando ben il 67% degli elettori rispose “Sì” alla domanda “Pensi che il Regno Unito dovrebbe rimanere nella Comunità Europea (il Mercato Comune)?”

Ma come sempre accade in Democrazia, chiunque abbia un briciolo di potere cercherà di influenzare il voto popolare. In primis, i partiti.

Come ampiamente previsto, una volta ottenuto ciò che voleva Cameron ha invertito la rotta, schierandosi contro la Brexit. Non tutto il partito Conservatore l'ha però seguito, e perfino dei ministri del suo governo si sono pubblicamente schierati a favore dell'uscita dall'Unione. L'altro grande partito inglese -quello Laburista- è anti-Brexit, ma non è da escludere che una parte dei suoi elettori (tradizionalmente provenienti dalla workingclass e quindi particolarmente provati dalla crisi) “tradisca” la linea.

Chi invece si porrà senza dubbio a favore dell'uscita dall'Europa è l'Ukip, schieramento sopra le righe che al Parlamento Europeo si è affiancato prima alla Lega Nord e poi al Movimento 5 Stelle.

L'altra grande variabile è quella determinata dalle forze finanziarie. Per il momento la City è rimasta silente, ma è chiaro che dopo le concessioni strappate da Cameron la Brexit ha perso gran parte del suo fascino sugli investitori.

 

6. E gli altri cosa ne pensano?

Gli “altri paesi” sono tanti e si dividono semplicemente in chi vorrebbe veder morire Cameron fra atroci sofferenze e chi invece bacerebbe la terra dove cammina, prendendolo ad esempio della riscossa nazionalista in Europa. Rimanendo nella regione, la Scozia (laburista) resta desiderosa di affrancarsi dal Regno Unito. Nonostante il recentissimo insuccesso del referendum indipendentista, attraverso i suoi leader ha già fatto capire chiaramente che se la Gran Bretagna può fare a meno dell'UE, la Scozia può fare a meno della Gran Bretagna.

Anche nella schizofrenica Irlanda – fresca di elezioni dall'esito incerto, ma dalle decise tinte nazionaliste- la Brexit è molto malvista. Non è da escludere che il mai sopito sentimento anti-inglese possa venir risvegliato proprio nel centenario delle rivolte che condussero l'isola all'Indipendenza dalla Corona Britannica.

Per quanto riguarda il resto d'Europa, invece, già si vocifera di un piano B in preparazione all'interno della Zona Euro. In caso di Brexit, gli stati della moneta unica sarebbero pronti a rompere gli indugi e creare un’Europa a due velocità: da una parte i 19 paesi che utilizzano l'Euro, lanciati verso la creazione di un grande Stato Federale Europeo; dall'altra il resto dei paesi membri, relegati in un'Unione di serie B finché non decideranno di rispettare i rigidi parametri necessari per adottare l'Euro.

Alla finestra ci sono infine le potenze mondiali: gli Stati Uniti in piena corsa elettorale, la Russia sempre lieta delle fratture europee ma preoccupata del ritorno di una potenziale mina vagante filo-americana, Cina e Paesi del Golfo con l'occhio puntato sui movimenti dei capitali inglesi.

 

6+1) Ma quindi la Brexit ci sarà?

Trovare uno studio che, dati alla mano, preveda un vantaggio economico per gli inglesi in caso di Brexit – o che anche solo non preveda una catastrofe – è molto arduo. Eppure i sondaggi parlano di un elettorato spaccato quasi a metà – allarmante segno che questa volta gli inglesi potrebbero votare non collegando il cervello al portafogli.

Oramai la partita è puramente emotiva: le ragioni pro o anti Brexit non contano più un granchè, la questione è stata assorbita dal vortice della politica interna del Regno Unito.

Le istituzioni europee si sono già piegate più che potevano (forse fin oltre il punto di rottura) per evitare la Brexit, ora il pallino è in mano agli elettori – e a chi ha il potere di influenzarli.

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