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11
Giugno

Il Carnevale dei problemi brasiliani (e l'Arlecchino che cerca di risolverli)

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A cura di Luca Spinosa

 

Anno Domini 2009. La statua del Cristo Redentore esultava insieme all'intero popolo brasiliano per la prima, storica assegnazione dei Giochi Olimpici ad uno stato sudamericano; economisti ed esperti di tutto il mondo guardavano con ammirazione e stupore al Paese governato da Luiz Inácio Lula da Silva, capace di crescere in modo vertiginoso quando l'intero globo, o quasi, si trovava in piena crisi recessiva.

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Anno Domini 2016. In soli sette anni i pentacampeão hanno conquistato tre record per nulla invidiabili: recessione più lunga degli ultimi cento anni, scandalo di corruzione più grande della storia e leader politico più impopolare a memoria d'uomo. Entro la fine di questo anno, il PIL pro capite sarà calato di un buon 20% rispetto al 2010 e il livello dell'economia globalmente sarà di circa l'8% inferiore se confrontata al 2014, ultimo anno in cui si è intravisto il segno "+".

 

Un dato su tutti, ironicamente ma con grande chiarezza, fotografa la situazione generale: il tasso di inflazione e l'indice di gradimento del presidente (Dilma Rousseff, succeduta a Lula nel 2011) viaggiano sulle stesse percentuali, precisamente il 12%. Sono numeri sconcertanti, amplificati da una crisi politico-giudiziaria senza precedenti in cui addirittura 32 membri del Congresso (appartenenti alla coalizione di centro-sinistra guidata proprio dalla Rousseff) sono stati o sono tuttora indagati per un giro di mazzette miliardarie che ha come perno la compagnia energetica (statale) più importante del Brasile, la Petrobras.

Parlando ancora della situazione economica, la fotografia più limpida e al contempo drammatica dello scenario carioca è stata scattata sul finire del 2015 dall'agenzia di rating Fitch, che ha abbassato la valutazione del debito sovrano del Brasile da "BBB-" a "BB+", un livello considerato junk, ovvero spazzatura, dopo che già in ottobre si era assistito ad un taglio dello stesso; anche altre agenzie, come Standard&Poor's e Moody's, hanno in previsione di fare altrettanto se l'assetto complessivo non migliorerà.

Indagando in maniera più puntuale sui motivi per cui il Brasile è precipitato in questa poco felice condizione, si può scoprire come l'economia verdeoro dipenda in maniera molto stretta dal prezzo che sui mercati globali hanno le materie prime, principale fonte di guadagno per il paese dal momento che ne è provvisto in grandi quantità, e dall'andamento generale della Cina, anche lei attualmente in fase di "decelerazione", principale partner commerciale sullo scacchiere mondiale. A queste negatività vanno aggiunti l'ipervalutazione del real (la moneta brasiliana, ndr), causata dall'alto tasso degli interessi sul debito, e alla gestione molto articolata e gravosa del welfare.

 

Su quest'ultimo punto vale la pena soffermarci con maggiore interesse, visto che è collegato a doppio filo con l'operato del predecessore di Dilma Rousseff, il già citato Lula da Silva, e specialmente con l'attuazione del piano "Bolsa Familia" nel 2003. Quest'ultimo era un programma sociale all'avanguardia per un paese emergente come il Brasile di quegli anni, uno dei più progressisti e generosi nel suo genere; Lula però era consapevole che tale scelta di aiutare gli strati più poveri della popolazione avrebbe contribuito a rendere la spinta della crescita più flebile in futuro. Il costo di questa operazione si è presentato in modo dirompente già nel 2010, quando ben il 40% del PIL statale servì per pagare le misure di welfare introdotte; per dare un'idea della sproporzione di questo dato, basti dire che in media nei paesi emergenlulti tale valore non supera il 20%.

Quanto appena descritto è il passato dell'ex capo di stato; il presente invece cosa gli sta riservando? Nulla di buono, è la risposta più spontanea osservando il turbinio di guai che lo stanno affliggendo. Egli è accusato di aver tenuto nascosto l'utilizzo di una casa affacciata sul mare a Guaruja di proprietà dell'Oas, una delle aziende coinvolte nello scandalo Petrobras (altresì noto come lava-jato, letteralmente autolavaggio), e per tale motivo è finito sotto indagine della procura federale; a complicare ulteriormente la questione, e ad incendiare un clima già rovente, va ricordata la recentissima nomina di Lula come capo del gabinetto Rousseff, da molti vista come un escamotage politico teso a garantire una parziale immunità parlamentare. All'interno della stessa procura poi opera freneticamente e senza sosta un pool di magistrati guidati da colui che, rifacendoci all'evento più colorato e famoso di Rio de Janeiro, abbiamo nominato nel titolo come Arlecchino.

brasiStiamo parlando di Sérgio Moro, il personaggio del momento nel paese del Carnaval. Poche settimane fa, domenica 13 marzo, milioni di persone si sono riversate nelle piazze e nelle strade di tutto il Brasile (500 mila solo a San Paolo, 300 mila a Rio) per protestare contro il governo; un malcontento popolare che non ha risparmiato nessuno, sia nelle file della maggioranza (vedi, la Rousseff e i suoi ministri) che dell'opposizione (in particolare Aécio Neves). All'interno di questo magma fluido ed altamente instabile, l'unico vero vincitore è proprio il magistrato di Ponta Grossa con un background di studi all'università di Harvard e la collaborazione in un altro caso di corruzione molto importante, il Mensalão.

 

La sua figura è stata celebrata con cori e slogan quasi fosse un campione della Seleção, la gente lo mitizza come il supereroe destinato a sradicare la corruzione endemica che attanaglia il punspecifiedaese da secoli. Il suo successo mediatico è schizzato alle stelle dopo che il 4 marzo scorso ha ordinato uno spettacolare blitz nell'abitazione di Lula da Silva a seguito degli aspetti emersi intorno alla residenza marittima di cui si è parlato poco fa; tali procedure di grande impatto non hanno mancato di creare malumori e critiche da parte dei suoi detrattori. Essi inoltre contestano a Moro l'uso fin troppo estensivo della carcerazione preventiva (e la Corte Suprema brasiliana dà loro ragione, dato che almeno in dieci casi ha dovuto scarcerare dei sospettati messi dentro con "accuse generiche ed astratte"); un modus operandi che a molti ha ricordato le gesta compiute negli anni '90 da Antonio di Pietro e i suoi collaboratori quando scoppiò la bufera Mani Pulite nel nostro paese.

La crisi aperta da Moro non sarà leggera e avrà certamente ripercussioni a tutti i livelli di potere, creando inevitabilmente dei vuoti che andranno colmati (chissà che non voglia scendere in politica il magistrato stesso, come alcuni commentatori sostengono); dei vuoti ancora più assordanti dal momento che le prospettive economiche per l'intero paese non sono delle più rosee, acuite da un prezzo del greggio ai minimi storici, da un'insoddisfazione delle classi più basse che sta montando come un uragano, pronto ad abbattersi da un momento all'altro, e dall'esplosione del virus Zika (le cui problematiche non sono state qui trattate per non appesantire ulteriormente la trattazione). Il Brasile deve affrontare tutto questo all'alba dell'accensione della torcia olimpica, con gli occhi e le telecamere di tutto il mondo puntati addosso. Non sarà facile trovare una soluzione, specialmente se il sentire mainstream tra la popolazione è "solo con gli uomini più potenti in carcere il Brasile diventerà a breve un posto migliore".

 

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