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Novembre

28 giugno 1914: La nascita di una guerra

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Resto Carlino 3 8 1914bAgosto 1914: chi può permetterselo si prepara a partire per le vacanze, gli altri si accontentano di un fine settimana di pausa in cui godersi l'estate. Soltanto alcuni mesi prima, questa sarebbe stata considerata la normale routine in programma per l'agosto del 1914. Ma non si verificarono ferie o gite in luoghi più freschi, tutt'altro; la destinazione, secondo i milioni di cartoline che arrivarono ad altrettanti giovani di tutta Europa, sarebbe stata un luogo estremamente caldo: il fronte. La guerra era iniziata.

 

Fu il primo conflitto mondiale, vi parteciparono soldati provenienti da tutti i continenti ma si combatté in Europa. Per mobilitare un numero di soldati mai visto prima (circa 70 milioni, di cui 60 europei) fu necessaria la convergenza di varie cause, le principali furono:

- la mai sopita tensione territoriale fra Francia e Germania, in ultimo esplosa con la battaglia di Sedan del 1870 e riaccesa da alcuni recenti scontri diplomatici;
- l'altrettanto persistente tensione fra l'Impero Russo e l'Impero Asburgico (Austro-Ungarico dal 1867) per il controllo e l'influenza nei Balcani;
- l'aspirazione a creare propri imperi coloniali da parte di Austria e Germania, impossibilitata dall'esistenza dei domini francesi e britannici;
- l'acceso nazionalismo delle potenze europee, il loro pesante riarmo e le rivendicazioni nazionalistiche di altre popolazioni.
L'ultimo punto, soprattutto, è quello che permette di spiegare maggiormente i fatti bellici e di dare un senso alle parole che seguiranno nel corso dell'articolo.

 

La miccia che fece divampare il gigantesco incendio da tutto ciò fu l'assassinio, avvenuto il 28 giugno 1914 da parte di un nazionalista bosniaco, di Francesco Ferdinando d'Asburgo, prossimo imperatore d'Austria-Ungheria; paradossalmente venne ucciso proprio colui che era incline ad allentare il dominio sulle varie regioni dell'Impero e che propendeva per la federalizzazione. Non solo questo, ma l'andamento di tutta la vicenda sembra quasi surreale: Francesco Ferdinando nella mattinata subì un primo attentato dal quale scampò, ma preferì continuare il suo tragitto e fu solo per caso che la loro auto incontrò successivamente uno degli attentatori che ormai aveva desistito vedendo fallito il piano originale. Passano alcuni giorni e da Vienna (consigliata bellicosamente dalla Germania) arriva l'ultimatum a Sarajevo, il quale era tutto sommato accettabile, ma la Serbia rifiutò alcuni punti (forte del sostegno della Russia). Il resto fu fatto dal sistema delle alleanze: in una settimana tutta l'Intesa (Russia, Francia, Regno Unito) e due paesi dell'Alleanza (Austria-Ungheria e Germania, con l'Italia per ora neutrale) erano in stato di guerra.

Ma la realtà kafkiana di quei giorni necessita di un ultimo tassello per essere raffigurata appieno: la notizia della guerra provocò, se non indifferenza, partecipati festeggiamenti nelle capitali delle nazioni belligeranti.

 

"Forse per la prima volta in trent'anni mi sento un austriaco, e disposto a concedere a questo precario impero un'ultima possibilità" S. Freud.

"Lo sentirai più violento e più altero (l'amor di patria) il giorno in cui la minaccia d'un popolo nemico solleverà una tempesta di fuoco sulla tua patria, e vedrai fremere d'armi d'ogni, i giovani accorrere a legioni, i padri baciare i figli, dicendo: <<coraggio!>>, e le madri dire addio ai giovinetti, dicendo: <<vincete!>>" Cuore, Edmondo de Amicis, 1886.

 

 

frlombardi02Discorsi di questo genere non lasciano alcuno spazio alle ragioni materiali della guerra, tutto è visto da un punto di vista patriottico che è automaticamente giusto, e funziona così con ogni potenza (e per moltissimi soldati dei rispettivi eserciti). Aver attaccato, il bisogno di difendersi, le armi da usare, tutte questioni che scompaiono di fronte alla necessità di combattere e morire in nome della patria, che viene usata come un feticcio che è principio e fine d'ogni azione.Questo è l'ulteriore stadio del nazionalismo, iniziato in parte con la rivoluzione americana ma messo a pieno frutto con quella francese; da lì si è poi diffuso per imitazione e reazione a tutta l'Europa, cioè ovunque siano passate le armate napoleoniche. I pregi del nazionalismo furono molti, ma via via i toni vennero esasperati, le sue colonne portanti vennero strumentalizzate per coprire ambizioni d'altro tipo ed allora parole come queste: "non mescer l'oppresso col sangue oppressor. Fra i servi e i tiranni sia l'ira il sol patto. A pascersi d'odio que' perfidi han tratto fin l'alme più vergini create all'amor" (G. Berchet, Matilde, 1824) potevano tranquillamente essere intese come dimostrazione d'una barbarie congenita nel nemico che andava distrutto per assicurare la pace al proprio popolo. A riprova di ciò basti pensare che durante il conflitto il nome che in Italia si dava alla grande guerra era "quarta guerra d'indipendenza".

 

Da premesse di questo tipo non poteva che venir fuori una grande crociata, molte grandi crociate, ed è quello che in effetti avvenne.

"Uccidete i tedeschi, ucciderli non per il piacere di uccidere ma per salvare il mondo, uccidere i buoni come i cattivi, i giovani ed i vecchi, uccidere quelli che hanno mostrato gentilezza verso i nostri feriti e quelli che hanno crocifisso il sergente canadese [...]. Uccidete i tedeschi! Io guardo a questa guerra come a una guerra di purificazione, io guardo a ognuno di voi che morirà in questa guerra come a un martire" A.F. Winnington-Ingram, vescovo di Londra, 1915.
N.B. Nessun sergente canadese venne crocifisso, ma la stampa inglese riportò la notizia che ebbe notevole influenza sull'opinione pubblica.

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Queste sono le parole, ma gli eventi che le seguirono furono molto peggio. Difatti nelle due precedenti guerre combattute da potenze europee (tre, se si considera la guerra italo-turca del 1911-12) furono utilizzate armi più avanzate di quelle che s'erano viste nel secolo precedente (si parla della guerra anglo-boera del 1899-1902 e di quella russo-giapponese del 1904-05). Per vari motivi la capacità di armi di questo tipo non arrivò ad influenzare particolarmente le opinioni pubbliche del vecchio continente. Tuttavia, la potenza degli armamenti di ultima generazione era chiara ai generali, e ciò li portò a riporre una ferma fiducia su una guerra che sarebbe stata vinta in poco tempo; ma tutti gli eserciti possedevano queste armi, le quali erano soprattutto difensive. Ne sarebbe potuto venir fuori solo un lungo conflitto di logoramento, e ciò fu quel che avvenne. Inoltre, sia alti ufficiali che popolo credevano ancora in una guerra ottocentesca, fatta di azioni eroiche, valorizzazione del coraggio personale e grandi battaglie campali che terminavano al tramonto. Nulla di tutto ciò era possibile, e quando si forzò la logica della guerra per agire in questo modo si ottennero sempre dei massacri. Il filo spinato, i cecchini, le granate a frammentazione e le mitragliatrici erano armi pericolosissime per l'esercito nemico che tentava di conquistare una o più file di trincee, e l'avanzata di poche decine di metri costava un numero spropositato di vite umane. Nonostante ciò si procedeva in questo modo, e se anche ci furono delle eccezioni (tregua di Natale sul fronte anglo-tedesco, solidarizzazione russo-tedesca nel 1917, ammutinamenti soprattutto italo-francesi) le redini erano tenute salde ed il consenso non scemò mai di molto. Anzi, le difficili condizioni di vita nelle trincee (pessime dal punto di vista igienico, alimentare, sanitario, di vita in generale) spingevano con più ardore a trovare consolazione e gratificazione nell'assalto alle trincee nemiche.

 

"Quando Maset (il mio bravo porta-ordini, il mio primo granatiere, che mi si è rivelato un eroe) m'ha detto sorridendo: <<Signor tenente, il plotone d’Amico fa il balzo in avanti>>, ed io ho gridato voltandomi: <<Mio bel plotone, avanti!>> mi sono sorpreso a ridere: ed ero così sereno, così contento che ad alta voce davo la cadenza alle mie quattro squadre che mi correvano dietro affiancate. E difatti ero contentissimo; e ho pensato che morire così sarebbe stato bello".

Tenente Teodoro Capocci, diario personale, 28 ottobre 1915.

 

A completare il quadro va notato che nessun'altra istituzione o ideologia seppe tenere a freno i giovani dall'andare in guerra: non ci riuscì la Chiesa, che sempre la condannò, vedendo molti propri sacerdoti divenire cappellani militari e prodursi in preghiere militari al limite del blasfemo (ed erano anni in cui i rapporti Stato-Vaticano erano gelidi); né il socialismo, che vide la propria Internazionale sciogliersi all'inizio della guerra (solo il partito comunista serbo e quello dei bolscevichi in Russia condannarono la guerra); né i liberali neutralisti (nel caso italiano), che cedettero alle lusinghe di forti guadagni territoriali.

 

Il bagno di sangue durò 50 mesi; si lasciarono sul campo 10 milioni di soldati (prevalentemente di età compresa fra i 18 ed i 25 anni) ed i feriti furono 30 milioni (8 dei quali mutilati o sfigurati). L'Europa non si riprese più da un evento del genere, il suo peso nel mondo calò considerevolmente e fu necessaria l'introduzione di nuove elaborazioni del lutto per superare lo shock umano e sociale (la commemorazione del milite ignoto è la più famosa e persistente di queste). La fine della guerra non fu di grande aiuto neanche alle potenze vincitrici: l'Italia non ebbe tutti i territori sperati, la Francia non trovò la stabilità politica ed era a corto di manodopera, il Regno Unito non era più la prima potenza mondiale, l'Impero Russo era caduto. Solo gli Stati Uniti (che ebbero un ruolo effettivo per i soli mesi conclusivi) ne guadagnarono, ottenendo un primato nel mondo che è durato molti anni, a riprova del fatto che le guerre vinte sono quelle che non si combattono.

 

Gennaro Laurenza

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