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Verdun: emblema della Grande Guerra, monito perpetuo per tutti

Come ricordare, in un breve articolo, la battaglia-simbolo della Prima Guerra Mondiale?

Non c’è un percorso netto, chiaro, sicuro nel farlo. Come tutti i grandi scontri bellici della storia dell’umanità, entrano in gioco numerosi aspetti che travalicano la pura logica militare. Fa qui comparsa, forse per la prima volta, quell’intendere la guerra come mezzo di annichilimento dell’avversario che trascende il senso storico e classico di vittoria sul nemico, che se a Verdun ha il suo primo vagito, vedrà piena maturazione una trentina di anni più tardi negli scoppi atomici di Hiroshima e Nagasaki.

Questa volontà di annientamento totale nasce in seno agli alti gradi del Reichsheer tedesco, l’esercito imperiale precursore del Reichswehr (temibile macchina da guerra che ebbe massima espansione durante l’epoca nazista), in particolare viene sostenuta dal capo di Stato maggiore generale Von Falkenhayn, che così si esprimeva al riguardo di un attacco alla Francia: “permetterebbe al nostro esercito, con mezzi limitati, di impegnare duramente l'esercito francese nella difesa di Verdun costringendolo a impiegare nella difesa fino all'ultimo uomo disponibile. In questo modo le forze francesi si dissangueranno, non potendosi più ritirare anche se volessero”.

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Il dissanguamento invocato da Falkenhayn fu senza precedenti, immane. Dieci mesi tremendi, dieci mesi vissuti da entrambi gli eserciti in condizioni al limite dell’umano; un’incessante pioggia di bombe (solo nel primo giorno vennero sparati oltre un milione di colpi d’artiglieria) mutò radicalmente il territorio collinare attorno a Verdun, fino a renderlo drammaticamente rassomigliante al suolo lunare: ancora oggi è possibile delineare i profili di migliaia e migliaia di crateri, frutto di qualcosa come 10 bombe sganciate su ogni singolo centimetro quadrato di suolo francese nell’arco della battaglia. Invocando sempre i freddi numeri, è possibile ricordare come, secondo le stime più recenti, circa 600.000 uomini furono uccisi o feriti nel cosiddetto “Inferno, espressione comune ad entrambi gli schieramenti (“L’Enfer” - “Die Hölle von Verdun”) che ben ci fa capire quanto Verdun non abbia fatto distinzioni nell’arrecare sofferenza e morte.

Un altro tratto peculiare di questo scontro epico va ricondotto alla sua sostanziale inutilità a livello di obiettivi bellici raggiunti (leitmotiv proprio di tutto il primo conflitto mondiale). E’ vero, indubbiamente l’esercito transalpino comandato dal generale Joffreguadagnò quella che può essere definita una vittoria morale, capace di ridare slancio e vigore a soldati distrutti e sfiancati da una campagna difensiva così lunga e massacrante. La linea del fronte, però, rimase pressoché immutata, pochi metri vennero guadagnati o persi e l’orizzonte della guerra europea non cambiò in maniera significativa. 

A differenza di altri luoghi resi celebri da battaglie sanguinose come Vittorio Veneto, Stalingrado o Gettysburg, giustamente ricordate per la loro straordinaria valenza nell’indirizzare gli esiti di un conflitto, a Verdun, mentre si visitano i sacrari e si scorrono gli infiniti nomi dei caduti, bisogna tenere a mente che c’è ben poco da celebrare. La vera padrona di quelle lande martoriate si chiama sofferenza, e con essa dobbiamo costantemente rapportarci. Non bisogna in alcun modo sminuire, o relegare in un angolo questo aspetto, a prescindere dalla propria nazionalità, francese, tedesca o qualsiasi essa sia. 

Proseguendo nella nostra breve analisi, è possibile trovare due ulteriori componenti che rendono Verdun un crocevia di primaria importanza nella storia del XX secolo. 

 

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La Grande Guerra, così come è stata definita già dai contemporanei, ha elevato in maniera esplosiva e roboante il peso dell’industria e della scienza nel campo delle armi e della tecnologia applicata. Filo spinato, mitragliatrici, artiglieria sempre più sofisticata hanno contribuito in maniera decisiva agli sviluppi cruenti del conflitto armato; a Verdun inoltre va menzionato il largo uso di lanciafiamme e di temibili, nuovi gas asfissianti che incuteranno timore e sgomento all’interno delle truppe. Parallelamente ai nuovi ritrovati bellici, va comunque sottolineato come l’intero apparato logistico ed organizzativo che si cela dietro alle prime file di soldati beneficiò delle più moderne invenzioni e scoperte: esempi ne sono il cibo in scatola, assolutamente vitale per razionare nella maniera migliore i pasti, la radio, risorsa multifunzione di grande spessore tattico, e la fotografia, grazie alla quale ancor oggi conserviamo memoria di quanto accaduto e potente strumento di propaganda all’epoca. 

cartIl secondo aspetto, e ultimo nella nostra trattazione, è quello che pone al giorno d’oggi Verdun come luogo della riconciliazione franco-tedesca. La storia insegna come fra questi due potenti paesi, per lunghissimo tempo, vi siano stati attriti e frizioni di grande portata, culminati nell’occupazione nazista del suolo francese nel 1940. Ebbene, anni dopo, più precisamente nel 1984, i capi di Stato Helmut Kohl e François Mitterand scrissero davanti al memoriale di Verdun uno storico momento di riappacificazione per i loro popoli, tenendosi per mano mentre rendevano silenziosamente omaggio ai caduti della Grande Guerra.

 

Da simbolo di resistenza militare e orgoglio nazionale Verdun si trasformò in emblema della pace fra le nazioni, incarnazione suprema della stupidità della guerra. Questo gesto iconico è stato replicato domenica 21 febbraioda parte degli attuali presidenti Angela Merkel e François Hollandedurante le celebrazioni del centesimo anniversario della battaglia, in occasione dell’inaugurazione del rinnovato ed ampliato Museo di Verdun.

Le unioni civili in Italia e nel mondo

A cura di Gemma Carletti

Dopo l'approvazione del Senato il 25 febbraio, con 173 voti favorevoli e 71 contrari, del maxi-emendamento al ddl Cirinnà sulle unioni civili, finalmente l'Italia avrà una legislazione in merito. Resta però l'amaro in bocca alla comunità Lgbt, che critica lo stralcio della stepchild adoption, cioè la norma secondo cui sarebbe stato possibile anche per le coppie gay adottare il figlio del partner. L'adozione del configlio non è quindi in alcun modo trattata all'interno del disegno di legge definitivo. Questo è dovuto alle numerose polemiche scaturite soprattutto dai cattolici e dai sostenitori della famiglia tradizionale. Il giudizio in merito è riservato quindi alla magistratura, che ha già concesso in numerose occasioni questo tipo di adozione all'interno di coppie omosessuali, per far fronte a quella che in Italia è già una realtà, sebbene non sia regolamentata dalla legge.
Male Couple With Child-02Ulteriori polemiche sulla concessione della stepchild adoption sono state causate dal timore che si possa in tal modo incentivare il ricorso alla maternità surrogata, non consentita in Italia ma legale in molti altri paesi. Negli Usa e in Canada, ad esempio, esistono strutture specializzate che si occupano di seguire le coppie e le mamme in tutte le delicate fasi del procedimento. Molte coppie etero italiane si recano invece in Russia e in Ucraina, dove la pratica è piuttosto diffusa. Anche in molti paesi asiatici, come la Thailandia, la maternità surrogata è una realtà, ma provoca spesso casi di sfruttamento per cui le donne che prestano il proprio utero lo fanno costrette dalla fame e dalla povertà: questa e una delle motivazioni che, accanto a quelle etiche e religiose, ha scatenato la polemica.
Nel resto d'Europa la regolamentazione per l'adozione del figlio del partner è piuttosto diversificata. Anche dove non è possibile l'adozione congiunta, come in Germania, rimane la possibilità della stepchild adoption non solo del figlio biologico del partner, ma anche del figlio adottivo.
Quello delle adozioni è stato certamente uno dei punti più discussi. Ma cosa cambierà dunque con questo nuovo ddl che riguarda le unioni non solo per le coppie gay, ma anche per quelle etero?
Innanzitutto bisogna fare una distinzione fra le coppie omosessuali e quelle eterosessuali, per le quali infatti l'unione civile non garantisce gli stessi diritti.
Celebrating same-sex marriage at the Lexington Pride Festival 2015Per le prime c'è un'equiparazione quasi totale al matrimonio, con alcune differenze, oltre a quella, ovviamente, delle adozioni. Innanzitutto, non c'è l'obbligo di adottare un cognome specifico (che nel matrimonio è quello dell'uomo), ma si può scegliere di mantenere il proprio cognome, aggiungere al proprio il cognome del partner o anche scegliere un solo cognome per entrambi. Manca, inoltre, l'obbligo di fedeltà, mentre la separazione è più semplice: la relazione può infatti essere sciolta in soli 3 mesi.
Per le coppie etero, invece, non c'è in alcun modo l'equiparazione al matrimonio, ma si parla di "patto di convivenza", che semplicemente tutela la coppia sul piano patrimoniale e sanitario. Si potrà, ad esempio, assistere il partner in ospedale, nonché diventarne tutori in caso di malattia grave o disabilità. È possibile inoltre fare richiesta di case popolari e ricorrere alla comunione dei beni. In caso di separazione, l'assegno di mantenimento è proporzionale alla durata della convivenza, mentre per i figli le regole sono le stesse che vigono per il matrimonio. Nel caso in cui l'unione finisca invece con la morte di uno dei membri della coppia, l'altro può rimanere nella stessa casa per 5 anni, qualora il contratto d'affitto sia stato stipulato dal defunto.
Questi sono i cambiamenti più importanti apportati da una legge, che, nonostante le polemiche suscitate e il percorso a ostacoli che ha dovuto affrontare, è stata considerata un passaggio storico al pari di quella sul divorzio, poiché finalmente allinea l'Italia, almeno in parte, al resto d'Europa.

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La "Brexit" in 6 domande (e 6 risposte) + 1

  1. Che cos'è la Brexit?

Brexit” è il nomignolo con cui i giornalisti hanno battezzato la (possibile) uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea. Il nome riprende l'appellativo “Grexit”, dato alla (sventata) uscita della Grecia dall'UE

La situazione dei due stati è però diametralmente opposta: i governi greci venivano minacciati di essere cacciati dall'Unione se non avessero accettato le regole imposte da Commissione Europea-FMI-BCE (volgarmente dette Trojka). Nel caso della Brexit è stato invece il governo Britannico a sventolare la minaccia di una propria uscita dall'Europa al fine di ottenere regole meno rigide.

Per rendere più concreta la possibilità, il primo ministro conservatore David Cameron ha promesso un referendum sulla permanenza del suo paese nell'Unione da tenersi il 23 giugno prossimo.

 Dopo lunghe contrattazioni, Cameron è riuscito a strappare praticamente tutte le concessioni che voleva al Consiglio Europeo e si è quindi schierato pubblicamente contro la Brexit. Ora però si trova fare i conti con gli elettori –da tempo dubbiosi nei confronti dell'Unione Europea- e con il suo stesso partito- diviso da lotte intestine. Una sconfitta al referendum sarebbe letale per la carriera del primo ministro inglese, sempre più impantanato nelle lotte intestine dei Conservatori
 

2. Cosa cambia per il Regno Unito?

Comunque vada il referendum, il Regno Unito è oramai slegato dal resto dell'Unione Europea.

Cameron ha ottenuto alcune concessioni (relativamente) secondarie -come un blocco dell'assistenza sociale ai cittadini UE residenti in Inghilterra, o la garanzia di non ingerenza dell'UE sul potente mondo finanziario londinese – ma soprattutto ha fatto capitolare l'Unione sul punto più importante: l'integrazione europea.

Il significato di questo punto è esclusivamente politico: in parole povere, il Regno Unito non è più “obbligato” a favorire il processo di sviluppo dell'Unione Europea. Londra non è più “costretta” a rafforzare l'Europa e ha in pratica ottenuto il diritto di voltare le spalle agli altri stati UE qualora lo ritenesse opportuno – o conveniente

Sconvolgente? Senza dubbio, soprattutto considerando il preambolo del Trattato sull'Unione Europea, firmato da tutti i plenipotenziari degli Stati Membri – fra cui la Regina d'Inghilterra- dove si legge che essi sono “[...]DECISI a portare avanti il processo di creazione di un'unione sempre più stretta fra i popoli dell'Europa[...]”

Se poi si considera che il progetto originario dei “Padri Fondatori” dell'Unione (i vari Schuman, Spinelli, Monnet, Adenaueretc) era la nascita di un unico, grande stato Europeo che garantisse una pace duratura sul Vecchio Continente, è facile capire perchè l'atteggiamento di Cameron per alcuni risulti a metà fra uno schiaffo in faccia e una campana suonata a martello. Cosa sarà veramente del Regno Unito lo sapremo però solo dopo il referendum.

 

3. Ma si può veramente uscire dall'Unione Europea?

Sì, tecnicamente si può. Per due motivi:

-per quanto sia cresciuta e divenuta complessa, l'Unione Europea si fonda pur sempre su dei Trattati Internazionali firmati da Stati Sovrani. In linea di massima, da questi patti uno Stato può sempre recedere – anche se solo a rigidissime condizioni.

-nel 2009, i Trattati Fondamentali dell'Unione Europea sono stati “aggiornati” con l'entrata in vigore del Trattato di Riforma di Lisbona, che all'articolo 50 TUE recita “Ogni Stato membro può decidere di recedere dall'Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”

 

Ciò non significa che si tratti di una passeggiata, né tanto meno che sia conveniente farlo! Nonostante non ci siano precedenti, è facile prevedere che il lavoro amministrativo necessario a “staccare” uno stato dall'Unione possa richiedere anni – ed ingenti risorse. Inoltre, le stime sulle ricadute economiche vengono aggiornate quotidianamente e certificano lo stato di assoluta incertezza in cui verserebbe una Gran Bretagna costretta a rinegoziare l'accesso al Mercato Unico Europeo, ad affrontare il reinserimento dei controlli alle frontiere e a non avere più diritto di voto su una legislazione Europea di cui -suo malgrado- subirebbe gli effetti.

 

4. Perchè proprio la Gran Bretagna?

I motivi sono davvero tanti. Storicamente, il Regno Unito ha sempre avuto un ruolo complicato col resto dell'Europa: la volontà d'intervenire negli affari del Vecchio Continente è sempre stata controbilanciata dal desiderio di vincolarsi il meno possibile – una sorta di trasposizione politica della condizione geografica.

L'esistenza del Commonwealth (la rete di ex colonie britanniche ancora economicamente-politicamente legate al Regno Unito) e la solida alleanza con gli Stati Uniti garantirebbero poi un relativo non-isolamento strategico ed economico in caso di abbandono dell'Unione.

Ci sono infine le motivazioni di pecunia: la crisi del 2008 ha spinto molti governi a cercare di regolare l'anarchico mondo della Finanza. Anche l'Europa si è più o meno spesa nel progetto e questo preoccupa Londra, storico cuore pulsante del mondo degli investimenti. I sudditi di sua Maestà sono terrorizzati dalla possibilità che l'Unione Europea prima o poi decida di regolare eccessivamente la materia, danneggiando il PIL inglese.

 

5. Chi deciderà se la Gran Bretagna dovrà uscire dall'Unione Europea?

Come sempre accade in Democrazia, teoricamente spetterà ai cittadini. Il referendum di giugno sarà il secondo tenutosi Oltremanica sulla permanenza nel progetto Europeo: il primo ebbe luogo nel 1975, quando ben il 67% degli elettori rispose “Sì” alla domanda “Pensi che il Regno Unito dovrebbe rimanere nella Comunità Europea (il Mercato Comune)?”

Ma come sempre accade in Democrazia, chiunque abbia un briciolo di potere cercherà di influenzare il voto popolare. In primis, i partiti.

Come ampiamente previsto, una volta ottenuto ciò che voleva Cameron ha invertito la rotta, schierandosi contro la Brexit. Non tutto il partito Conservatore l'ha però seguito, e perfino dei ministri del suo governo si sono pubblicamente schierati a favore dell'uscita dall'Unione. L'altro grande partito inglese -quello Laburista- è anti-Brexit, ma non è da escludere che una parte dei suoi elettori (tradizionalmente provenienti dalla workingclass e quindi particolarmente provati dalla crisi) “tradisca” la linea.

Chi invece si porrà senza dubbio a favore dell'uscita dall'Europa è l'Ukip, schieramento sopra le righe che al Parlamento Europeo si è affiancato prima alla Lega Nord e poi al Movimento 5 Stelle.

L'altra grande variabile è quella determinata dalle forze finanziarie. Per il momento la City è rimasta silente, ma è chiaro che dopo le concessioni strappate da Cameron la Brexit ha perso gran parte del suo fascino sugli investitori.

 

6. E gli altri cosa ne pensano?

Gli “altri paesi” sono tanti e si dividono semplicemente in chi vorrebbe veder morire Cameron fra atroci sofferenze e chi invece bacerebbe la terra dove cammina, prendendolo ad esempio della riscossa nazionalista in Europa. Rimanendo nella regione, la Scozia (laburista) resta desiderosa di affrancarsi dal Regno Unito. Nonostante il recentissimo insuccesso del referendum indipendentista, attraverso i suoi leader ha già fatto capire chiaramente che se la Gran Bretagna può fare a meno dell'UE, la Scozia può fare a meno della Gran Bretagna.

Anche nella schizofrenica Irlanda – fresca di elezioni dall'esito incerto, ma dalle decise tinte nazionaliste- la Brexit è molto malvista. Non è da escludere che il mai sopito sentimento anti-inglese possa venir risvegliato proprio nel centenario delle rivolte che condussero l'isola all'Indipendenza dalla Corona Britannica.

Per quanto riguarda il resto d'Europa, invece, già si vocifera di un piano B in preparazione all'interno della Zona Euro. In caso di Brexit, gli stati della moneta unica sarebbero pronti a rompere gli indugi e creare un’Europa a due velocità: da una parte i 19 paesi che utilizzano l'Euro, lanciati verso la creazione di un grande Stato Federale Europeo; dall'altra il resto dei paesi membri, relegati in un'Unione di serie B finché non decideranno di rispettare i rigidi parametri necessari per adottare l'Euro.

Alla finestra ci sono infine le potenze mondiali: gli Stati Uniti in piena corsa elettorale, la Russia sempre lieta delle fratture europee ma preoccupata del ritorno di una potenziale mina vagante filo-americana, Cina e Paesi del Golfo con l'occhio puntato sui movimenti dei capitali inglesi.

 

6+1) Ma quindi la Brexit ci sarà?

Trovare uno studio che, dati alla mano, preveda un vantaggio economico per gli inglesi in caso di Brexit – o che anche solo non preveda una catastrofe – è molto arduo. Eppure i sondaggi parlano di un elettorato spaccato quasi a metà – allarmante segno che questa volta gli inglesi potrebbero votare non collegando il cervello al portafogli.

Oramai la partita è puramente emotiva: le ragioni pro o anti Brexit non contano più un granchè, la questione è stata assorbita dal vortice della politica interna del Regno Unito.

Le istituzioni europee si sono già piegate più che potevano (forse fin oltre il punto di rottura) per evitare la Brexit, ora il pallino è in mano agli elettori – e a chi ha il potere di influenzarli.